Che cos'è un podcast? Significato, come funziona e perché si chiama così

Che cos’è un podcast? Significato, come funziona e perché si chiama così

 

Se siete arrivati qui, probabilmente vi state ponendo una domanda piuttosto comune: che cos’è un podcast? Qual è il significato di questa parola diventata così comune e quasi onnipresente nel mondo dei media? La risposta più semplice e veloce potrebbe essere la seguente: è un programma digitale, generalmente audio (anche se, come vedremo in seguito, non è sempre così) e organizzato in episodi, che potete ascoltare quando volete attraverso una connessione Internet.

A differenza della radio tradizionale, quindi, non dovete collegarvi a una determinata ora o seguire un palinsesto. Il funzionamento è più simile a quello di un contenuto on demand a cui ci siamo abituati in questi anni con le piattaforme video “alla Netflix”: scegliete il programma, la puntata che vi interessa e premete play. Potete ascoltarla subito in streaming oppure, se l’app lo permette, scaricarla per averla a disposizione anche offline.

Fin qui è tutto abbastanza semplice. La definizione però diventa un po’ più complessa se andiamo più a fondo: il podcast nasce tecnicamente attorno a un sistema aperto di distribuzione chiamato feed RSS, mentre oggi la stessa parola viene utilizzata anche per programmi audio e video pubblicati direttamente all’interno di piattaforme come Spotify e YouTube, senza che il classico feed RSS aperto sia necessariamente al centro della distribuzione.

Se vi state perdendo un po’, non preoccupatevi: nelle prossime righe cercherò di approfondire meglio questi termini, sperando che possiate farvi un’idea ancora più chiara del funzionamento.

In breve: un podcast è un programma digitale, generalmente suddiviso in episodi e pensato per essere ascoltato on demand. Storicamente il podcasting è legato alla distribuzione tramite feed RSS, ma oggi il termine viene utilizzato anche in un senso più ampio, soprattutto con la crescita di Spotify, YouTube e dei video podcast.
Foto di Jonathan Farber / Unsplash

Di cosa tratta un podcast

Il contenuto di un podcast può essere un’intervista, un’inchiesta giornalistica, una conversazione tra più persone, un racconto di fiction, una lezione, una recensione, una rassegna di notizie: praticamente qualsiasi tipo di contenuto pensato per essere ascoltato.

Normalmente è composto da più episodi raccolti sotto lo stesso titolo. Alcuni podcast sono delle serie ben definite e hanno una storia che prosegue da una puntata all’altra, fino al “finale di stagione”. Altri contenuti possono andare avanti per anni, affrontando a ogni puntata un argomento differente.

Insomma, la serialità è una delle caratteristiche tipiche di un podcast, ma una delle sue caratteristiche centrali è soprattutto la fruizione on demand: siete voi a decidere cosa ascoltare e quando farlo.

Per questo motivo definire il podcast semplicemente come una sorta di “radio su Internet” può essere utile per farsi una prima idea, ma è riduttivo: podcast e radio condividono moltissimo, a partire dalla voce e dal suono, ma nascono con logiche di distribuzione e ascolto differenti. Anche se, fin dalla prima diffusione del podcasting, non sono mancate le contaminazioni tra i due prodotti, ad esempio con programmi radio distribuiti anche in versione podcast.

Cosa significa la parola podcast?

Anche il nome racconta qualcosa delle origini di questo formato: il termine podcast deriva da podcasting, parola nata dall’unione di iPod, il celebre lettore musicale presentato da Apple nel 2001, e broadcasting, cioè la trasmissione e diffusione di contenuti a un pubblico.

Non esiste una vera e propria traduzione italiana di “podcast”: espressioni come “programma audio on demand” o “trasmissione digitale a richiesta” possono aiutarci a spiegare il concetto, ma non sono delle trasposizioni del termine nella nostra lingua. Online potreste trovare interpretazioni secondo cui “POD” starebbe per Personal On Demand o formule simili: in realtà sono spiegazioni nate solo successivamente.

Foto: Alvy / Wikimedia Commons – CC BY 4.0.

Chi ha inventato la parola podcast?

Uno dei documenti fondamentali per ricostruire l’origine del nome è un articolo del giornalista britannico Ben Hammersley pubblicato sul Guardian nel febbraio del 2004.

Hammersley parlava di un fenomeno reso possibile dall’incontro tra lettori MP3, software audio sempre più accessibili e weblog. Nel chiedersi quale nome potesse descrivere questa nuova forma di produzione e distribuzione audio, propose tre possibilità: audioblogging, podcasting e GuerillaMedia.

Ovviamente Hammersley non inventò il podcast: la tecnologia e alcuni esperimenti di distribuzione automatica dell’audio esistevano già. Il suo articolo rappresentò invece la prima attestazione a stampa generalmente riconosciuta della parola “podcasting”.

Ma come funziona davvero un podcast?

Per ascoltare un podcast non avete bisogno di sapere nulla di ciò che succede dietro le quinte. Aprite un’app, cercate il titolo che vi interessa e premete play.

Capire a grandi linee come funziona il sistema, però, ci può aiutare anche a capire che cosa ha reso il podcast una cosa diversa da un normale file audio pubblicato su una pagina Web.

Nel modello “standard” possiamo immaginare un percorso piuttosto semplice: autore → hosting → feed RSS → app di ascolto → ascoltatore.

Chi realizza un podcast registra e pubblica il proprio episodio. Il file viene conservato su un server, spesso attraverso un servizio specializzato di hosting per podcast. Nella maggior parte dei casi il servizio di hosting genera poi un feed RSS, un file strutturato che contiene le informazioni sullo show e sui singoli episodi: titolo, descrizione, immagine, data di pubblicazione e indirizzo del contenuto audio.

Le applicazioni di podcast sono in grado di leggere quelle informazioni: quando viene pubblicata una nuova puntata, il feed viene aggiornato e l’episodio può comparire automaticamente nelle app in cui il podcast è disponibile.

È uno dei motivi per cui il podcasting è nato come un sistema particolarmente aperto: un autore può pubblicare il proprio show da una parte e renderlo disponibile attraverso applicazioni differenti, senza dover necessariamente ricostruire ogni volta l’intero catalogo.

Che cos’è il feed RSS di un podcast?

Il termine può sembrare più complicato di quanto sia. Il feed RSS – nel caso di RSS 2.0, Really Simple Syndication – è sostanzialmente un documento attraverso cui chi pubblica il podcast comunica alle applicazioni le informazioni sullo show, quali episodi sono disponibili e dove possono essere recuperati.

Uno dei passaggi tecnici decisivi arrivò alla fine del 2000, quando la specifica RSS 0.92 introdusse l’elemento enclosure, che permetteva di associare a un elemento del feed un file multimediale.

Foto: Wikimedia Commons (CC0)

Oggi può sembrare un dettaglio riservato ai tecnici, ma fu proprio questo tipo di meccanismo a rendere possibile la distribuzione automatica dei file audio attraverso RSS e, quindi, a creare una delle basi tecnologiche fondamentali del podcasting.

Ancora oggi i podcast distribuiti attraverso feed RSS utilizzano lo stesso principio di base, anche se questo standard si è evoluto nel tempo. Iniziative come il Podcast Standards Project promuovono l’adozione di estensioni del cosiddetto Podcasting 2.0 che consentono, tra le altre cose, di integrare trascrizioni e contenuti alternativi, comprese versioni video, all’interno di un feed aperto.

Hosting e app per podcast: confini sempre meno definiti

Nel modello tradizionale che vi ho riassunto in precedenza, il servizio di hosting ospita i file e normalmente genera il feed RSS, mentre una piattaforma o un’app di ascolto legge quelle informazioni e permette all’utente di trovare e riprodurre il podcast.

Questo significa che il file che state ascoltando non deve essere fisicamente sui server dell’app che avete aperto.

Negli anni, però, la distinzione è diventata meno netta: il servizio Spotify for Creators, ad esempio, può essere utilizzato anche come servizio di hosting e, per i podcast ospitati sulla piattaforma, permette di abilitare un feed RSS che il creator può utilizzare per distribuirli anche su altri servizi.

Le piattaforme possono inoltre offrire contenuti esclusivi, abbonamenti e sistemi di pubblicazione che non seguono esattamente lo schema aperto delle origini.

Un podcast deve avere per forza un feed RSS?

Se ci atteniamo alla definizione tecnica e storica del podcasting aperto, il feed RSS è uno degli elementi cardine: è proprio questo sistema che permette allo stesso show di essere letto da applicazioni differenti e, almeno nel modello originario, evita che il podcast appartenga necessariamente a una singola piattaforma.

Nell’uso quotidiano, però, la parola ha ormai superato questi confini. Piattaforme come Spotify e YouTube chiamano podcast anche produzioni la cui pubblicazione e fruizione non ruotano necessariamente attorno a un feed RSS aperto.

Possiamo quindi distinguere tra podcast come tecnologia di distribuzione e podcast come formato editoriale: nel primo caso RSS rimane centrale. Nel secondo il termine indica più in generale un programma episodico, prevalentemente audio o audio-video, pensato per essere fruito on demand.

Non credo serva stabilire a tutti i costi quale delle due definizioni sia quella “vera”, anche perché entrambe le accezioni sono ormai utilizzate. La cosa più utile da sapere è che il significato del termine si è allargato rispetto alle origini, anche per effetto dell’evoluzione delle piattaforme e del mercato.

Un podcast può essere anche video?

Associare il podcast soprattutto all’audio è naturale, perché per gran parte della sua storia l’ascolto è stato al centro del mezzo. Il video podcast, però, non è una novità recente: già nel 2005 Apple supportava podcast video sui propri dispositivi e pochi anni dopo anche le definizioni italiane del termine contemplavano esplicitamente contenuti sia audio sia video.

Oggi i video podcast sono diventati molto più visibili, soprattutto grazie a YouTube e Spotify. Su YouTube, per esempio, un podcast viene gestito come una playlist composta dai video dei diversi episodi. Nei Paesi e nelle regioni supportati, per i podcast principalmente audio la piattaforma permette anche di collegare un feed RSS: YouTube può importare le puntate e creare automaticamente per ciascuna un video utilizzando l’immagine del podcast.

Essere su YouTube, avere una lunga conversazione e magari due microfoni in bella vista è sufficiente a considerare un contenuto un podcast? Chi lo stabilisce? È chiaro che non esistono regole universalmente accettate in merito. A mio avviso è più utile guardare all’identità del programma: la presenza di episodi riconoscibili, una continuità tra le pubblicazioni e uno show concepito come tale sono elementi che hanno più peso rispetto al semplice fatto che il contenuto sia stato registrato in video.

Anche il concetto di prodotto audio-first, cioè pensato per funzionare bene anche quando non si guarda continuamente lo schermo, potrebbe essere un buon criterio per stabilire se si tratta di un podcast o meno, pur sapendo che le eccezioni possono essere numerose e molto sfumate (e gli ultimi dati sui podcast in Italia lo confermano).

Quando sono nati i podcast? La storia in pillole

Stabilire un giorno preciso in cui sia “nato il podcast” è difficile, anche perché, come abbiamo visto finora, tecnologia, nome e primi programmi non sono comparsi contemporaneamente.

Per capire come siamo arrivati al podcast moderno, però, si possono ricordare alcuni passaggi fondamentali.

  • Alla fine del 2000 la specifica RSS 0.92 introdusse l’elemento enclosure, rendendo possibile indicare all’interno di un feed anche un file multimediale.
  • Negli anni immediatamente successivi iniziarono gli esperimenti con la distribuzione automatica di contenuti audio attraverso RSS. Dave Winer ebbe un ruolo centrale nello sviluppo tecnico; Christopher Lydon fu tra i primi a distribuire attraverso RSS le proprie interviste audio; Adam Curry lavorò invece a sistemi capaci di automatizzare il recupero dei file e il loro trasferimento sui lettori portatili.
  • Nel 2004 arrivò poi il nome. Ben Hammersley utilizzò “podcasting” sul Guardian e, nel giro di pochi mesi, il termine cominciò a diffondersi nella comunità che stava sperimentando con questo nuovo modo di distribuire contenuti audio.
  • Nel giugno del 2005 Apple integrò i podcast in iTunes 4.9, permettendo agli utenti di cercare uno show, iscriversi e ricevere automaticamente le nuove puntate senza conoscere nulla di RSS o software specializzati.

Anche qui, quindi, cerco di sfatare un’altra leggenda metropolitana particolarmente diffusa in rete: Apple non inventò il podcast. È vero, invece, che contribuì in modo decisivo a renderlo semplice da utilizzare per un pubblico molto più vasto.

Nel 2014 arrivò poi una serie che cambiò profondamente la percezione del podcast presso il grande pubblico.

Serial e lo spartiacque del podcast moderno

Quando Serial debuttò nell’ottobre del 2014, il podcasting esisteva già da circa dieci anni. Non fu quindi il primo podcast e non avrebbe senso presentarlo come tale, ma rappresentò uno di quei casi capaci di creare “un prima” e “un dopo”.

Realizzata da Sarah Koenig e Julie Snyder nell’ambiente di This American Life, la prima stagione ricostruiva la morte di Hae Min Lee e la condanna del 2000 di Adnan Syed attraverso una storia sviluppata episodio dopo episodio.

Ogni puntata aggiungeva nuovi elementi alla ricostruzione e lasciava aperte domande destinate a tornare in quelle successive. Chi scopriva la serie più tardi, allo stesso tempo, poteva partire dal primo episodio e recuperare l’intera storia secondo i propri tempi: un modo di raccontare particolarmente adatto alla fruizione on demand.

Serial ebbe un impatto enorme anche fuori dalla nicchia degli appassionati. I Peabody Awards, premiando la serie, ne riconobbero anche il ruolo nel portare il podcasting nel mainstream culturale e le innovazioni introdotte nel racconto audio non-fiction di lunga durata.

Insomma, Serial non inventò il podcast, ma mostrò quanto il podcast potesse funzionare come linguaggio narrativo autonomo e prodotto culturale di massa.

Copertina del podcast Serial

🎧 Ascolta il primo episodio di Serial su Spotify

Homecoming: quando un podcast diventa una serie TV

Il successo del podcast non ha cambiato soltanto il modo di ascoltare storie: ci sono stati anche casi in cui quelle storie hanno iniziato a uscire dai confini dell’audio per essere adattate in altri formati.

Uno dei più interessanti è Homecoming, podcast di fiction creato e scritto da Eli Horowitz e Micah Bloomberg e pubblicato da Gimlet Media a partire dal 2016.

La serie utilizzava telefonate, sedute di terapia e conversazioni registrate per costruire un thriller interpretato, tra gli altri, da Catherine Keener, Oscar Isaac e David Schwimmer.

Poco dopo Homecoming fece un vero e proprio salto di formato: quella stessa storia diventò una serie televisiva per Amazon Prime Video. La prima stagione arrivò nel 2018, con Julia Roberts nei panni della protagonista e Sam Esmail, già autore di Mr. Robot, alla regia.

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Guarda Homecoming su Prime Video

Homecoming non è stato il primo podcast a interessare cinema e televisione, ma rimane uno degli esempi più riusciti e chiari di quanto il mezzo fosse ormai diventato anche una fonte di storie e personaggi capaci di oltrepassare i confini del solo audio.

Copertina del podcast Homecoming

🎧 Ascolta Homecoming su Spotify

Il podcast sbarca direttamente sulle piattaforme video

Tra il 2025 e il 2026 Netflix ha iniziato a portare sulla propria piattaforma veri e propri video podcast, attraverso accordi con realtà come Spotify e The Ringer, iHeartMedia e Barstool Sports. Titoli nati come podcast possono quindi essere guardati direttamente dentro Netflix mantenendo la propria identità e la propria struttura episodica.

Nel caso dell’accordo con iHeartMedia, ad esempio, Netflix distribuisce le versioni video di diversi programmi mentre iHeart mantiene i diritti e la distribuzione delle versioni audio, che continuano a essere disponibili sulle normali piattaforme di podcast.

Lo stesso contenuto può quindi vivere contemporaneamente come podcast audio nelle app tradizionali e come programma video all’interno di Netflix.

Se Homecoming rappresentava il passaggio dal podcast alla televisione attraverso un adattamento, questi accordi raccontano qualcosa di differente: ormai è il podcast stesso, soprattutto nella sua versione video, a entrare negli spazi che fino a pochi anni fa associavamo quasi esclusivamente a film e serie TV.

Spotify, YouTube, Netflix e la crescita del video hanno quindi allargato progressivamente i confini del mezzo. La parola è rimasta la stessa, ma ciò che chiamiamo podcast oggi è molto più ampio di quello che si intendeva nei primi anni Duemila.

Che differenza c’è tra podcast, radio e audiolibro?

Podcast, radio e audiolibri utilizzano tutti la voce e possono essere ascoltati con le stesse cuffie, talvolta perfino dalla stessa applicazione. Non sono però la stessa cosa.

Possiamo riassumere le differenze principali in questo modo:

 PodcastRadioAudiolibro
FruizionePrincipalmente on demandNasce attorno a palinsesto e trasmissione, spesso in direttaOn demand
StrutturaShow generalmente composto da episodiProgrammi inseriti in un palinsestoOpera completa, spesso suddivisa in capitoli
Origine del contenutoPensato come prodotto audio o audio-video autonomoContenuto radiofonicoGeneralmente trasposizione sonora di un’opera scritta
DistribuzioneRSS, app e piattaformeEtere, streaming e appPiattaforme e servizi dedicati

La distinzione riguarda soprattutto il modo in cui il contenuto nasce e viene fruito: la radio è storicamente costruita attorno a un flusso e a un palinsesto, mentre il podcast nasce invece per lasciare all’ascoltatore la scelta del momento e dell’episodio.

Ormai anche i programmi radio si sono lanciati nel mondo dei podcast, offrendo le proprie puntate on demand e talvolta riadattandole per questo formato, ad esempio eliminando stacchi musicali, modificando le interruzioni pubblicitarie o aggiungendo contenuti extra.

Anche la differenza con l’audiolibro va oltre il semplice numero di parti o capitoli: l’audiolibro è generalmente la versione sonora di un’opera concepita come libro o testo unitario. Il podcast nasce invece come programma a sé, con un proprio formato, una conduzione, una struttura narrativa o conversazionale e, nella maggior parte dei casi, una pubblicazione episodica.

Infine, lo streaming non è un formato concorrente al podcast. Indica soltanto una modalità di ascolto: lo stesso episodio può essere riprodotto in streaming oppure scaricato.

Come si ascolta un podcast?

Potete utilizzare servizi e applicazioni come Spotify, Apple Podcasts, YouTube Music, Amazon Music, Pocket Casts e molte altre alternative: aprite l’app, cercate il nome dello show oppure un argomento che vi interessa, scegliete un episodio e premete play.

Se utilizzate uno smartphone Android potete consultare la nostra guida alle migliori app per podcast su Android; abbiamo preparato una selezione simile anche per le app da utilizzare su iPhone e iPad.

Con lo streaming l’episodio viene riprodotto attraverso la connessione Internet. Con il download, invece, viene salvato sul dispositivo e può essere ascoltato anche senza connessione. Non siete quindi obbligati a scaricare ogni puntata prima di ascoltarla.

I podcast sono gratis?

Molti podcast possono essere ascoltati gratuitamente, ma non è una caratteristica fondamentale del formato.

Numerosi autori e produttori finanziano i propri show attraverso pubblicità, sponsorizzazioni o altre forme di sostegno e lasciano libero l’accesso alle puntate. Esistono però anche episodi riservati agli abbonati, contenuti bonus, versioni senza pubblicità e produzioni disponibili solo all’interno di servizi a pagamento. L’offerta gratuita rimane comunque molto ampia.

Quindi, che cosa possiamo chiamare podcast oggi?

Dopo oltre vent’anni, dare una definizione di podcast è diventato paradossalmente più difficile rispetto alle origini: dal punto di vista tecnico e storico, il podcasting nasce come sistema aperto di distribuzione di contenuti attraverso feed RSS. È questo meccanismo che ha permesso agli stessi programmi di arrivare su applicazioni differenti senza dipendere necessariamente da una singola piattaforma.

Quel sistema esiste ancora ed è tutt’altro che scomparso. Nel frattempo, però, “podcast” è diventato anche il nome di un formato editoriale: oggi lo utilizziamo normalmente per indicare programmi episodici audio o audio-video pensati per essere fruiti on demand, anche quando la loro distribuzione non coincide perfettamente con il modello RSS originario.

Vi è venuta voglia di passare dall’altra parte del microfono? Su ILP c’è anche una guida completa su come creare un podcast da zero, dalla registrazione alla pubblicazione.

Silvio Spina
Silvio Spina
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